Parole

mercoledì, luglio 21st, 2010

CI VUOLE UN CINEMA BESTIALE! a cura di Bizzarro Cinema

Ci vuole un cinema bestiale

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Agli animali piace il cinema? Sicuramente al cinema piacciono gli animali, vista la quantità di bestie e bestioline che affollano il grande schermo, così tanto che è possibile rintracciare alcuni generi dove la presenza animale è indispensabile. Per esempio l’eco-vendetta il cui esponente più noto è il classico dei classici Gli uccelli (Alfred Hitchcock, 1963) ma è opportuno citare anche i topi assassini di Rats (Bruno Mattei, 1984), i ragni ultravelenosi di Aracnofobia (Frank Marshall, 1990), le pecore incazzate di Black Sheep (Jonathan King, 2006) e i ranocchioni mutanti di Frogs (George McCowan, 1972). Ma l’eco-vendetta raccoglie al suo interno anche un sottofilone piuttosto florido, l’eco-vendetta acquatica, comprendente titoli che oscillano dagli americani Lo squalo (Steven Spielberg, 1975) e Piranha (Joe Dante, 1978) agli italiani Tentacoli (Ovidio G. Assonitis, 1977) e L’ultimo squalo (Enzo G. Castellari, 1981).

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Altro genere particolarmente prodigo di visioni animalesche è quello della fusione uomo-bestia, in cui possiamo far rientrare buona parte del cinema licantropico – un titolo su tutti, l’imprescindibile Un lupo mannaro americano a Londra (John Landis, 1981) – ma anche certi deliri cine-scientifici come La Mosca (David Cronenberg, 1986), il suo predecessore L’esperimento del Dr K (Kurt Neumann, 1958) e tutti i film tratti dal romanzo di H.G. Wells L’isola del dottor Moreau, il cui adattamento più recente è il traballante ma sfizioso L’isola perduta (John Frankenheimer, 1996). E che dire di Batman: il ritorno (Tim Burton, 1992) con il suo proliferare di uomini-bestia (dal noto uomo pipistrello a Catwoman e Pinguino)?

Di seguito altri generi (più o meno seri, più o meno codificati) ad alto contenuto animale su cui vale la pena soffermarsi…

ANIMALI GIGANTI

Il Cibo degli Dei (Bert I. Gordon, 1976)
Gallinacei enormi, api titaniche e topi sproporzionati danno filo da torcere a una squadra di football naufraga su un’isola, in una delle opere che, molto probabilmente, vanta il maggior numero di bestie formato extralarge della storia del cinema. D’altronde, cosa ci si può aspettare da un film di Bert I. Gordon, non a caso noto con lo pseudonimo di Mr BIG?

RECENSIONE BC

Night of the Lepus (William F. Claxton, 1972)
I conigli, diventati enormi in seguito ad esperimenti andati male, si vendicano uccidendo e distruggendo ogni cosa che trovano sul loro cammino. Un tripudio di deliziosi effetti speciali naif come non se ne vedono più da molto tempo.

RECENSIONE BC

Weasels rip my flesh (Nathan Schiff, 1979)
Giganti donnole assassine di gommapiuma, parrucconi anni settanta, misteriose infezioni venusiane e folli Mad Doctor. Il felice trionfo dell’inammissibile in uno z-movie a zero budget realizzato da un gruppo di ragazzotti americani non addetti ai lavori.

RECENSIONE BC

BESTIALITA’ ORIENTALI

Calamari Wrestler (Minoru Kawasaki, 2004)

Tra sottotesti sull’integrazione del diverso e sulla corruzione di chi gestisce le regole del gioco, un calamaro gigante e antropomorfo combatte sul ring diventando un noto lottatore di wrestling. Adrianaaa! Delirio puro, a cominciare dal mascherone fintissimo del lottatore tentacolato.

RECENSIONE BC

Executive Koala (Minoru Kawasaki, 2005)

Protagonista della storia, un efficiente capoufficio con la testa a forma di Koala che vive un mondo abitato sia da uomini che da bestie antropomorfe (come rane e conigli dal pollice opponibile). Dietro la macchina da presa lo stesso regista di Calamari Wrestler.  Una garanzia di follia.

Kani goalkeeper (Minoru Kawasaki, 2006)

Dopo il calamaro lottatore e il koala in giacca e cravatta, poteva mancare il granchio calciatore? Certo che no! A pensarci è sempre il solito Kawasaki che ha descritto il film affermando che è “like Forrest Gump, but with a crab” (come Forrest Gump, ma con un granchio).

CINE-POLLI

Chicken Park (Jerry Calà, 1994)
Agghiacciante parodia di Jurassik Park (ma con le galline al posto dei dinosauri) firmata da Jerry Calà. Uno scult di proporzioni vastissime che ha segnato gli anni novanta e ha fatto esordire Alessia Marcuzzi. A suo modo un film indimenticabile…

Poultrygeist – Night of the chicken dead (Lloyd Kaufman, 2006)

Scatenatissimi polli zombi, posseduti da spiriti indiani, attaccano l’American Chicken Bunker, un fast food situato a Tromaville. Kaufman e la sua casa di produzione Troma, sono una garanzia per chi agogna sangue, pruriginoserie e trovate improponibili…

RECENSIONE BC

La morte ha fatto l’uovo (Giulio Questi, 1968)
Un giallo anomalo con Gina Lollobrigida e Jean-Louis Trintignant, ambientato in un allevamento di polli. Scena cult: le galline modificate a forma di bozzolo, senza ali e senza testa. Dirige il grande Giulio Questi bacchettando il consumismo.

RECENSIONE BC

BANG!


domenica, luglio 11th, 2010

SMART INNOCENCE by CORALINA CATALDI-TASSONI

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SMART INNOCENCE
…is a walk through a pristine dimension. A dimension where there are no set ideas, rules, age, gender. Where comparisons are a foreign concept and contradictions are natural, like a wholesome child’s game.
[Coralina Cataldi-Tassoni ]

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Articolo e intervista a cura di Filippo Brunamonti

Amletica – con le sue domande alle mie domande – lei, brucia d’amore l’universo. Le mosche planano tra le rose e le viole, come Marcasciano e Thoreau in un boschetto errante, extropiano nell’interregno di Manhattan, Village.
Coralina Cataldi-Tassoni ci mette tutta se stessa: amore, infanzia, lanternine, sogni dirupati. Immersione totale. Per capire cos’e’ la sua installazione di quadri chiamata Smart Innocence, bisogna andarci, e farsi popolare il cuore di diavoli, angeli, fondi di Es a meta’ tra l’ombrello e la borsa di Mary Poppins.
Trasportandovi al Matilda (ristorante di cucina toscano-messicana ed altare espositivo al 647 East 11th Street di New York City), dal 15 luglio al 30 settembre (ri)conoscerete Coralina, i suoi quadri, le sue musiche, i colori, le ombre, le bave, i cuori, che neanche un motore di ricerca velocissimo potra’ mostrare. E ci sono almeno tre ragioni affettive per andare sognando: chi ama il cinema ellittico di Dario Argento, vi trovera’ la Coralina interprete di film sacri come Opera, Il Fantasma dell’Opera e La Terza Madre. Chi sonorizza la vita di arie rock-operistiche, sara’ lieto di ascoltare il disco di Coralina Limbo Balloon, fervido omaggio ai maestri d’opera Cataldi-Tassoni, e ai palcoscenici di teatri antichissimi dove Coralina ha recitato sin da bambina. Chi insegue i colori tra le lenzuola, e’ chiamato infine a toccare il pozzo dell’arte, con quegli spruzzi che Coralina definisce “carovana d’emozioni umane”.

L’Innocenza Intelligente del titolo fa rima con uno stile ragionato e fisico del tuo modo di dipingere, oppure e’ un atto di pancia, senza regole?
Onestamente, i titoli dei miei show nascono cosi’ come dipingo: non c’e’ una meditazione a priori, non pianifico, non ho intenzioni. Ho un feeling, un istinto dentro di me che poi diventa parola o pittura o musica. Succede tutto simultaneamente. Non mi faccio domande a tavolino, soltanto dopo aver composto un quadro o una canzone capita di fermarmi a pensare ‘perche’ la mia mente ha prodotto questo?’.

Sei spontanea anche nella vita di tutti i giorni? E poi, son giorni o gironi?
Nel quotidiano faccio piani, progetti. Nell’arte sono spontanea. Non credo che i giorni siano gironi, sono fiduciosa nella vita e la mia arte e’ molto lontana dai film che ho fatto.

Non sono, dunque, frammenti dark…
Se giri film con Dario Argento o Lamberto Bava e fai delle fini orribili, non devi necessariamente essere una tenebrosa. Anzi, a me piace tanto il bianco. Dico sempre: nel bianco abita la verita’.

Nasce dal bianco la tua pittura?
Comincio dagli schizzi sopra una tela bianca. Indietreggio. Poi sussurro: ‘parlami’. Improvvisamente, dal bianco vedo gocciolare tutto un mondo: i colori sanguinano, la tela mi chiama a se’ e il mondo acquista finalmente senso.

Che rapporto hai con l’innocenza?
E’ una ‘innocente’ a presentare il mio show: Matilda, una bambina appunto. Presta il suo nome ai miei spazi, oltre che a quelli degli altri. Ora ne e’ inconsapevole ma, da grande, conservera’ una bella memoria di questo evento. Si rendera’ conto di aver aiutato un’artista, ma prima di tutto un essere umano.

The-Land-of-You-(Ink-Series)-Copyright-By-Coralina-Cataldi-Tassoni

Che cosa conservi della tua fanciullezza?
Il gioco. Se mi fosse concesso, giocherei tutto il giorno. Canterei a tutte le ore. Vorrei non crescere mai. Da piccola, mi fingevo capo-ufficio del protagonista fumettistico Archie, ero anche sua capo-fan e gestivo l’Archie Club nella mia fantasia. Lo facevo molto bene: fingevo di essere una fan – lo ero davvero – poi mi spedivo la lettera da sola e rispondevo a nome di Archie.

Quale forma d’arte prediligi?
Non ce n’e’ una in particolare, tra cinema, musica e pittura, perche’ ritengo siano tutte una cosa sola. Sono uno strumento per esprimere cio’ che si sente e che si e’. Ognuno di noi e’ un artista.

I volti raffigurati nei tuoi quadri sembrano in prevalenza femminili…
Quando guardo le facce dei miei dipinti, non li trovo ne’ maschi ne’ femmine. Mutano a seconda delle voci di altri. In un certo senso, ad ogni luogo e ad ogni evento io ricreo la mia arte. Madonna senza preghiere, esposto presso Matilda, e’ a suo modo un quadro trasformato, si e’ quasi scorporato dalle sembianze originarie. Non e’ piu’ una Madonna. La Madonna e’ tornata bambina. Cosi’ come Mona Lucy e tutti i personaggi dei miei quadri.

Cambiano di forma spesso i tuoi quadri?
Non saprei, dipende da chi osserva. Mi diverte cambiare i titoli delle mie opere. Le ribattezzo allegramente. Passo i titoli tra loro, li rinomino… Le mie serie di quadri sono come una grande famiglia. Anche io mi sento una di loro, anzi sono tutti i miei quadri. Per guardare e ‘sentire’ i miei quadri, non e’ possibile usare i parametri e le regole della nostra dimensione. I bambini sembrano grandi. I grandi, bambini. Come ad esempio accade in A dear friend stole my sin e By the eye of Grace.

GODS-WILL-CHANGE-copyright-by-Coralina-Cataldi-Tassoni

Sei nata a Manhattan. Che cosa rappresenta per te New York?
La mia casa. Tutta la Terra. La mia idea di universo e’: da una parte l’isola di New York, dall’altra la Luna. E in mezzo, l’Oceano. Talvolta, la Luna, l’Oceano e tutti i centri della mia immaginazione si mescolano. Attorno a questo strano universo, ci sono tante altre dimensioni dove vivono i miei stati emotivi, i personaggi straordinari, le mie canzoni… Ci sono tanti altri mondi la’ fuori, ed e’ proprio in quei mondi che sta la liberta’. Non siamo soli. E la mia casa di quadri, nel Village, e’ una sorta di ‘casa delle bambole’, e’ qui che vive e respira l’essenziale. E’ qui la festa!

BANG!


martedì, giugno 8th, 2010

Meet JEFF the killer cat

BANG ART #7, un caravanserraglio di carta. Mentre sul sito, tante altre oddities animalesche.

Forse non lo sapete, ma i due direttori di BANG ART non sono quelli che conoscete, ma sono in realtà due esseri pelosi e con la coda che comandano come marionette tutti. Sono i nostri gatti.

Si sa, basta scrivere “cute cat” su google o youtube che apparirà un’orda di micetti batuffolosi e giocherelloni.
Stiamo parlando di questo:

Ma chi è padrone di gatti (o forse sarebbe meglio dire “per chi è tiranneggiato da gatti”) sa bene che oltre alla velocità felina, alla paciosità delle fusa e alla simpatia dei giochini, dietro ogni gatto si nasconde un pazzo assassino. L’istinto omicida non scompare in nessun esemplare, neanche quelli più grassi e poltroni, e negli occhi di qualunque gatto ci sarà sempre “quella” scintilla un po’ folle.
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Ce lo dimostra JEFF, un gattone rosso che di professione fa, appunto, il killer. Il suo “padrone” ci racconta le gesta del cacciatore Jeff nel sito What Jeff Killed, dove potrete trovare le vittime delle fauci di Jeff, con foto anche un po’ sanguinolente, che non pubblichiamo per rispetto delle vittime (conigli, topi, marmotte, serpenti, uccellini, lucertole).
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090523-1
082906-1
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BANG! MEOW!


sabato, aprile 10th, 2010

ARABESCHI DI LATTE

Ecco a voi l’intervista senza tagli(etti) di Arabeschi di Latte, poker di ragazze che rivoluzionano il concetto di “donna-in-cucina”, aggiungendo a tutti i loro progetti, sempre fondati sul gusto e sul buon gusto, la loro passione per il design. l’architettura e l’ecologia.

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Dal 2001, anno della fondazione, Arabeschi di Latte, ha ideato decine di eventi, progetti, allestimenti, inerenti il cibo e i luoghi con grande attenzione per gli aspetti “sociali”… Nel vostro sito si può leggere “Arabeschi di Latte attualmente si concentra sull’ideazione e realizzazione di eating events dove il cibo è uno strumento per creare situazioni e relazioni”. Qual è la filosofia, perché credo sia questo il termine più idoneo da usare, dietro Arabeschi di Latte? Qual è il vostro approccio verso il “food”?
L’operazione di Arabeschi di Latte è piuttosto trasversale, siamo tutti architetti e tutte abbiamo sempre avuto molto interesse per la moda, il design, l’arte contemporanea e soprattutto per la cucina,   per questo motivo nei nostri lavori si avverte inevitabilmente una continua contaminazione e fusione di questi approcci. La curiosità con cui noi guardiamo a tutti i processi che riguardano il cibo e il suo utilizzo, diviene un punto di forza soprattutto se si parte dal fatto che le relazioni che il cibo instaura con tutto ciò che lo riguarda, sono molteplici e difficilmente racchiudibili in un contesto troppo serrato. Noi abbiamo scelto di non canalizzare tutta l’attenzione su di un solo aspetto. La filosofia di Arabeschi di Latte (sempre che si voglia così definire..) nasce da una continua osservazione delle cose che ci accadono intorno, siamo osservatrici attente della vita quotidiana e delle sue dinamiche spesso agli occhi di tutti talmente scontate, da rendersi a volte invisibili. E’ proprio quello che abbiamo ogni giorno sotto il naso, ma che spesso non consideriamo degno di nota, ad attrarci. Un famoso filosofo urbanista, Michel de Certeau, mèntore letterario  di molte delle nostre ispirazioni,  ha definito la quotidianità come qualcosa “che c’e’ ma non si vede”, a noi interessa appunto ciò che non si vede,  ci interessa  riportare in luce le piccole cose, le pratiche semplici, la tradizione, il saper fare con quel che c’e’ e da questo creare il nuovo. Siamo  e saremo sempre vere e proprie sostenitrici della così detta Arte di Arrangiarsi e i nostri Eating Events prendono le mosse spesso dall’osservazione di tali azioni e diventano il palcoscenico su cui misuriamo le azioni e le reazioni dei partecipanti che si trovano ad essere loro stessi protagonisti. Quello che facciamo è semplicemente rendere un’azione come quella del preparare, per esempio, un piatto di gnocchi, un momento davvero speciale, da poter condividere tutti insieme in una situazione insolita, fuori magari dalla propria realtà domestica. Così anche chi non ha mai provato ad amalgamare la pasta si ritrova con le mani infarinate, così tutto diventa piacevole e interessante, tutto diventa collaborazione,  momento di scambio e confronto e il fine è il raggiungimento di una felicità spicciola ma efficace dalla piccola alla grande scala.

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Siete quattro architetti e, istintivamente, si sarebbe portarti a pensare ad architettura e cibo come due entità davvero distanti. Considerando la peculiarità del vostro gruppo, come vi è venuto in mente di costituire Arabeschi di Latte? Quali sono state le influenze che vi hanno spinto e indotto ad unire forze ed energie creative?
Ormai non si fa più distinzione quasi tra un buon piatto di pasta cucinato da uno chef a cinque stelle ed un meraviglioso abito creazione di un gran stilista, è l’era delle “archistar” con i loro musei, spazi espositivi, è l’era della visibilità e della miscellanea di esperienze diverse ma i cui prodotti possono continuamente interfacciarsi e interagire per creare un unico grande evento. Credo che uno dei punti saldi del nostro team sia proprio quello di aver puntato sempre a creare e mantenere un’identità forte, visibile e riconoscibile attraverso una serie di modus operandi diversi che investono la grafica, il concept e la regia di un evento, la scelta dei materiali, il packaging e la messa in atto di una serie di azioni che possano in qualche modo generare un’occasione piacevole, divertente e anche, perché no, ludica. Certamente la nostra formazione architettonica risente fortemente degli sviluppi che non solo l’architettura, ma anche e soprattutto,  il design  e l’arte contemporanea hanno subito nel corso di questi ultimi anni. Essendo venuta meno la diversificazione rigida tra le varie discipline, quel che ha caratterizzato sempre la nostra attività, è stata la ricerca di una trasversalità e di una interdisciplinarietà che potessero arricchire i momenti di approccio ai vari progetti che ci hanno riguardato.
Per citare solo alcune, tra le svariate fonti di spunto:
Rirkrit Tiravanija che è stato fonte di ispirazione per le modalità attraverso le quali cerchiamo di attivare delle situazioni di socialità e relazione principalmente attraverso l’utilizzo del cibo.
L’artista Surasi Kusolwong per il senso di “happiness” che riesce a trasmettere con i suoi interventi. I designer olandesi per la loro estetica “dry” e per una forte “craftlike attitude”. Ancor più in particolare l’approccio, il taglio che Lee Edelkoort e il suo staff esprimono attraverso riviste come View on Colour e Bloom ed in passato In View. Ma non ci sono solo illustri maestri da annoverare bensì anche un testo per noi che è stato assolutamente “formativo” come la vecchia “Enciclopedia delle Fanciulle”, così antiquato, ma estremamente divertente e attuale se reinterpretato in chiave contemporanea. Sia l’architettura che il cibo giocano tutto sull’effetto di  una fruibilità immediata che però fa i conti inevitabilmente con una tradizione e con delle consuetudini millenarie. Il fatto che negli ultimi anni architettura e cibo (anche se in Italia troppo  poco …soprattutto in architettura), sono stati due campi dove la sperimentazione e la ricerca hanno portato a risultati veramente molto interessanti. Altra considerazione da fare è quella dell’importanza per entrambi, del momento progettuale visto che in fondo la costruzione di una ricetta e di un’esperienza culinaria, realizzano allo stesso modo dei processi architettonici,  un progetto vero e proprio, ed è proprio qui che, come architetti  interviene il nostro lavoro da mediatrici di questo sistema,  a metà strada tra i due settori , l’idea di applicare il progetto “architettonico” al mondo del cibo!

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Mia Market a Roma: “un progetto sul cibo”. Qualche dettaglio su questa interessante, “permanente” iniziativa?
Mia Market è il food concept ideato da Arabeschi di latte per MIA. prodotti locali e stagionali provenienti da un’ agricoltura sostenibile ed oggetti e strumenti di design con un’attenzione particolare al riciclo e soprattutto tante piccole esperienze.  Il cibo e gli  oggetti, nel piccolo spazio tra le scatole e i barattoli sembrano essere stati scelti da persone che condividono una stessa passione. Ora, sebbene nel Mia Market, ci siano tavoli e sedie (tutti in vendita!)  e si serva del cibo, non si può comunque  compararlo ad un normale caffè/negozio.  Mia Market è una piccola alcova dove il mercato si insinua nel salotto, uno spazio accogliente dove si ha la possibilità di acquistare e consumare direttamente i prodotti: un litro di vino biologico, un chilo di pane cotto a legna, qualche pomodoro fresco, a novembre le castagne, in primavera le fave.  Ed ecco che un “una colazione, una merenda o un aperitivo al kilo” sono pronti per esser gustati e condivisi.
I prodotti del Mia Market vengono da vicino sono meno “stressati” e per questo più buoni. Provengono da fornitori  che conoscono  i propri semi e la propria terra; produttori di vino che sanno come ha vissuto la propria uva; fornai che fanno ancora “la guardia” al lievito madre.
Il Mia Market è un progetto sul cibo ma, sopratutto, sull’interazione che quest’ultimo può scatenare attraverso gesti semplici, che si esplicano con abbinamenti come pane e olio, burro e zucchero e utensili di facile utilizzo che Mia mette a disposizione dei suoi clienti.  Il prodotto viene acquistato nella sua integrità e bontà così come in un normale  market, con una garanzia in più rispetto alla qualità e con la possibilità da parte del cliente “di interpretarlo”. Si può comprare un’ arancia e farsi una spremuta, oppure scegliere un barattolo di marmellata con un set di cucchiai per condividerla con le amiche. Per chi sceglie le noci è a disposizione lo schiaccianoci; per i grandi che non hanno  smesso di essere bambini, panini legati a tavolette di cioccolata o una ricotta fresca da dividere con gli amici di sempre, dopo averla spolverata con del cacao amaro, come una volta.
Arabeschi di latte forte dell’esperienza non sul cibo ma del cibo, per MIA, ha lavorato sulla convivialità, sulla scoperta di cose “normali” ma dimenticate come la stagione dei cibi. L’obiettivo è costruire esperienze piacevoli intorno agli alimenti nella loro quotidianità e far nascer buoni ricordi legati al valore del “mangiare  insieme”.

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L’Eating Event del 2009 che vi ha dato maggiori soddisfazioni e perché?
direi il Pastificio Lu a Tokyo.. che ci ha fatto sentire quanto il cibo sia in grado di abbattere veramente ogni barriera e come riesca ad innescare partecipazione e interattività anche in culture molto diverse dalla nostra

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Il progetto sul “food” che sognate di realizzare?
Un Kitchen Club, ma non possiamo svelare di cosa si tratta, sarà il nostro nuovo prossimo concept food…

Provocatorio: col cibo si può fare Arte?
Noi siamo designer, abbiamo una formazione architettonica che sebbene continuamente a contatto con il mondo dell’arte non risente così tanto delle sue dinamiche, delle sue pratiche e delle sue strategie. Utilizziamo il cibo non come materia ma come propulsore a cui costruire intorno un evento.

Intervista di: smoky man
BANG!


lunedì, gennaio 18th, 2010

PAUL IS DEAD!

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text by Lorenzo Bertini


«La storia dei Beatles è un po’ come un obitorio», disse Paul McCartney nel 1970, in un’affermazione dal sapore apodittico, enigmatica e profetica. Un’aura funebre e di mistero ha sempre accompagnato l’universo-Beatles, dalla morte del primo bassista, Stuart Sutcliffe, nel 1962, fino all’omicidio di Lennon nel 1980, passando per le mattanze di Charles Manson ispirate a Helter Skelter e Piggies. Una delle leggende più durature e dibattute dell’immaginario beatlesiano (nonché curioso rovesciamento di un topos tra i più fascinosi della letteratura musicale, e non solo, ossia la sopravvivenza della rockstar alla propria morte – vedi le numerose apparizioni di Elvis o Jim Morrison) è però la presunta morte di Paul McCartney.

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È il 12 ottobre 1969 quando Russ Gibb, DJ della NKNR-FM di Detroit riceve una misteriosa telefonata, in cui l’interlocutore si dice sicuro dell’avvenuta scomparsa di McCartney, verosimilmente avvenuta tre anni prima (stando al cifrario di informazioni criptate disseminate nella discografia beatlesiana), il 9 novembre 1966, in seguito a un incidente automobilistico. A rimpiazzare Paul, tale William Shears Campbell (il fantomatico Billy Shears di Sgt. Pepper), che nell’occasione si sarebbe sottoposto a plastica facciale, rivelandosi dotato, tra l’altro, di un’ottima tecnica bassistica, dato che il lavoro successivo, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, è in buona parte giocato sulle innovative linee di basso di Paul. La sua dipartita sarebbe stata comunque alla base della rinuncia ai concerti da parte dei Beatles, avvenuta proprio nel 1966; alcuni indizi, poi, riporterebbero la data ancora più indietro nel tempo, ma è proprio a partire da Sgt. Pepper (giugno 1967), che si moltiplicano i messaggi cifrati relativi alla morte di McCartney: in copertina, infatti, i vecchi Beatles sono rappresentati in abiti grigi e in versione contrita, quasi a presenziare a un funerale: effettivamente, il terreno davanti a loro farebbe pensare a un tumulo sepolcrale, su cui campeggia un basso decorato di fiori gialli e a tre corde, a indicare i restanti Beatles. Non solo: la mano aperta in segno di saluto, sopra la testa di McCartney, al centro, rappresenta un simbolo di morte nelle culture orientali; la bambolina di pezza con la maglia “Welcome to the Rolling Stones” tiene in mano una Aston Martin, l’auto di Paul in quel periodo (“he blew his mind out in a car”, recita un verso di Lennon in A Day In The Life); un’altra bambola di porcellana, sempre sulla destra, ha lo sguardo rivolto in basso, come ad assistere a un fuoristrada di un auto in fiamme; nella grancassa, la scritta “Lonely Hearts”, rovesciata allo specchio, dà “1One 1X” – ossia 11 9 – “He Die”. All’interno del disco, McCartney porta sul braccio una banda nera con scritto OPD, possibile acronimo di Official Pronounced Dead (dichiarato ufficialmente morto); nel retrocopertina è l’unico raffigurato di spalle (in effetti pare non fosse presente ad alcune sedute fotografiche, e il suo posto essere rilevato nell’occasione da Mal Evans, roadie dei Beatles), mentre Harrison sembra indicare con il dito una frase di She’s Leaving Home (“Wednesday morning at five o’clocks”, data e ora dell’incidente).

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Qual è poi il vero significato del Magical Mystery Tour, “che verrà a portarti via” (“is going to taking away”), titolo dell’album successivo? In una scena del film omonimo, durante You’re Mother Should Know, Paul è il solo a indossare un garofano nero (gli altri hanno tutti all’occhiello uno rosso), e al termine di Strawberry Fields, qui contenuta, John sembra pronunciare le parole “I buried Paul”, “ho sepolto Paul”; ma è la simbologia del tricheco di I am the Walrus, riproposta nella copertina dell’album, a offrire gli spunti più preziosi: il tricheco è simbolo di morte nella mitologia degli antichi popoli scandinavi, e in Glass Onion (White Album) Lennon precisa: “the walrus was Paul”, “il tricheco era Paul”.

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Anche la copertina di Abbey Road offre tracce significative: i Beatles attraversano infatti le strisce pedonali a mo’ di piccolo corteo funebre. Lennon, già nel periodo bianco, in veste di officiante, Ringo, vestito di nero, il portatore della bara, Harrison, in jeans, il becchino: inutile dirlo Paul, nel mezzo, è un vero e proprio “dead man walking”: non a caso è scalzo (in alcune religioni i morti sono sepolti a piedi nudi). Inoltre, lo stesso Paul regge la sigaretta con la mano destra, fatto inconsueto per un mancino, e sulla targa del maggiolino (in Inghilterra “beetle”) Volkswagen, parcheggiato sullo sfondo, è scritto 28 IF (“28 se”, se fosse ancora in vita, naturalmente).

A distanza di anni, lo strano caso della morte di Paul McCartney ha alimentato sempre nuove voci e indizi (di cui la maggioranza affidati all’ineffabile ascolto dei nastri al contrario), diventando un classico della teoria del complotto e della cultura underground, rubricato alla voce P.I.D – Paul Is Dead – Conspiracy (lo si ritroverà anche in un episodio dei Simpson e in un numero di BatmanDead … Till Proven Alive). I Beatles, naturalmente, non hanno mai smentito. Solo nel 1971, in How Do You Sleep, Lennon liquiderà la vicenda in un messaggio caustico all’ex-collega: “Those freaks was right when they say you are dead”. E nel 1993 fu lo stesso McCartney ad autoparodiarsi, mentre attraversa le strisce pedonali di Abbey Road, in Paul Is Live. Ultimamente è tornato sull’argomento nel corso di un’intervista: “Morto? Sono morto? Perché sono sempre l’ultimo a sapere le cose?”. In ogni caso, lunga vita a Macca!

Per saperne di più: homepages.tesco.net/harbfamily/opd/index.html

Vi lasciamo con un video del nostro amico Ashi… che tiene i Fab Four nelle dita di una mano!

E con un consiglio per gli acquisti:
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Uno special della rivista Musica Leggera – Classic: The Beatles, un’incredibile raccolta di articoli della stampa originale italiana dell’epoca 1970-1974. I Beatles (ri)letti in perfette riproduzioni degli articoli a loro contemporanei, dalla nascita al successo alla fine. Impredibile, lo trovate qui!

BANG!


sabato, ottobre 31st, 2009

CHE HANNO DA STRILLARE I MAIALI?

Oggi è la giornata giusta per essere terrorizzati!

Chi, come noi, è cresciuto pane e fumetti si ricorderà di certo le mitiche riviste Splatters e Mostri, mitiche riviste della ACME.
Dietro quel mare di plasma, arti mozzati, assassini incalliti si nascondeva un nome che è un faro (rosso sangue) nella letteratura horror nostrana: Paolo Di Orazio.
Siamo in vena (!) di anticipazioni e vi diciamo che Paolo ha scritto per il prossimo numero di BANG ART un articolo… da non dormirci la notte.

Nell’attesa festeggiamo i 20 anni di carriera di PDO consigliandovi il suo nuovo libro Che hanno da strillare i maiali?
Ecco un pò di info su lama di rasoio:

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Paolo Di Orazio torna con una serie di racconti ispirati ai fatti più sconcertanti della storia criminale d’Italia, dal mattatoio della cronaca nera. Che hanno da strillare i maiali trasporta in modo crudo la realtà nell’intelaiatura noir di racconti docu-fiction, dove il mostro e la vittima vivono il loro tragico confronto con noi stessi. Nove racconti in cui si nascondono i mostri di Foligno e Firenze, medici, uomini di Chiesa, simboli  qualunque che tengono sveglio il mito dell’Orco, confondendo nella maggior parte dei casi le loro tracce tra qualunquismo e perenne dilemma letterario tra sociopatìa e capacità di intendere e volere.
Arricchiscono il volume una serie di illustrazioni firmate PDO.
Celebrando 20 anni di carriera, tra noir e horror, questa opera nasce come desiderio di denuncia, da parte dell’autore delle più gravi colpe umane che si possano commettere. Aver traslato fatti realmente avvenuti in scenari di fantasia non sottintende beffare il dolore altrui, ma ri-avvicinare il lettore alla concretezza del problema più complesso della criminologia sessuale. Una lettura decisamente per adulti.

Una donna conosce in chat un chirurgo estetico che opera senza bisturi. Un uomo al di sotto di ogni sospetto trama una ra­gnatela di abusi. Giustizia divina per un prete esorcista e i ragazzi indemoniati di Comacchio. Uno zelante carabiniere ripercorre la cattura di un uccisore di bambini. Una fanciulla afflitta da una malattia rara fugge da una clinica dimenticata. Il folle Dottor Gechi esegue il lavaggio del sangue su di un noto personaggio dello spettacolo. La fiaba dell’orco è servita a cena per un rispettabile avvocato. Un esploratore del sesso estremo compie la prova suprema. Grazie all’indulto del governo Prodi, un pericoloso assassino seriale torna in libertà con uno sconto della pena. Con riferimenti impliciti alla cronaca nera italiana, nove racconti immersi in un rituale chirurgico ci trascinano senza filtri tra le profonde bassezze del più moderno degrado so­cio-an­tropologico. Un’orgia di follia, violenza e morte.

Ed come ogni succulenta anteprima che si rispetti ecco un paio di pagine solo per BANG, con tanto di tagli e contusioni ad opera dell’autore!

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BANG!


domenica, ottobre 25th, 2009

SCENEGGIATURA PER FUMETTO, WEB DESIGN e SCRITTURA CREATIVA

Sei il novello Alan Moore? Hai per la testa una sceneggiatura che farebbe impallidire Charlie Kaufman? Per te gli scrittori di LOST sono dei pivelli?

Se hai risposto “SI” ad almeno una delle domande questo post non fa per te (in compenso corri dagli infermieri che sennò salti il turno della medicina).

Invece, per chi vuole imparare a scrivere fumetti come si deve ecco che la Scuola Internazionale di Comics di Padova sta preparando dei corsi ad hoc, cje partiranno dal prossimo dicembre.
In programma la presentazione dei corsi e delle attività, del portfolio docenti e colloqui di orientamento gratuiti con i docenti.
Data dell’appuntamento: sabato 7 novembre 2009 ore 15:00-18:00. tutte le info comunque le trovate qui.mail_openday(150)

(Le parole magiche, che stanno bene in ogni possibile sceneggiatura o fumetto, sono INGRESSO GRATUITO)

BANG!


lunedì, settembre 14th, 2009

OROSCOPO DELLE FIABE

Come di certo sapete, su BANG ART c’è l’Oroscopo! Nei primi tre numeri abbiamo giocato con i vostri cuori innamorati e abbiamo seguito le stelle delle varie coppie.

Nel numero 4 si cambia! Approfittando del superspecial dedicato alle FIABE, abbiamo chiesto alla nostra astrologa di dare un’occhiatina all’insù e leggere gli astri di tutti i segni, e poi di associare ad ogni segno una fiaba. Ecco quindi 12 favole x 12 segni zodiacali!

Ve ne presentiamo 3 (il periodo preso in considerazione è da settembre a novembre), gli altri sono solo su BANG ART #4!

ARIETEAlì Babà e i 40 ladroni
Conoscete la formula e sapete che il tesoro di Mustafà è favoloso. La vostra intelligenza e un po’ di magia non possono molto di fronte ad amici e parenti invidiosi. La cupidigia di chi vi sta vicino non deve mortificarvi ma impietosirvi. Il bottino è già al sicuro, se avrete fiducia che a mettere a posto i cattivi penserà la sorte. Dopo che avrete fatto la pace con voi stessi, i 40 ladroni torneranno a fare i razziatori e giustizia sarà fatta.

LEONELa Piccola Fiammiferaia
L’hanno scritta per voi questa fiaba sui paradisi artificiali e sulle droghe sintetiche. Vi state cullando da troppo tempo in un turbine di fantasie senza fine. Che bello sarebbe questo, che bello sarebbe quello. La fiammiferaia, non riuscendo a reagire, si perde in pensieri irreali che nascondono l’i­stin­to a risolvere tutto con una dormita. Quest’autunno buttate via quei fiammiferi perché, grazie alla persona amata, dalla strada gelata vi troverete per magia in un piccolo paradiso tropicale.

AQUARIOIl Gatto con gli Stivali
È tutto l’anno che vi chiedete cosa avete fatto per meritarvi un gatto con stivali da pescatore in eredità, tanto che qualcuno, male interpretando, vi dice che la vostra fiaba vera è quella di Calimero. Non che vi lamentiate, ma come tirarci fuori qualcosa di buono? Il Gatto siete voi, strambi portatori d’acqua. Con talento, e assecondando quello che vi si para di fronte senza farvi impressionare da chi  vanta privilegi acquisiti, potete ottenere tutto: castello, titolo e la sposa desiderata.

Come ogni numero a illustrare l’Oroscopo ci ha pensato la dolcissima Anke Weckmann, ecco la sua Bella Addormentata.

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BANG!


mercoledì, settembre 2nd, 2009

È ARRIVATA UN’ALTRA STELLA IN CITTÀ

stella

O, la lettera, in fiamme, accartocciata come una lattina, dove si veda appena la O della marca sfondata sul rosso, la seconda O, stranamente indenne, come se l’avessero fatta sparire e riapparire, nel frangente lucidata, rimessa a posto e rivestita, dopo averla lucidata e rimessa a posto, di una membrana inalterabile, surgelata e blindata. Le altre lettere sul posto che spetta nelle cartoline turistiche, solo l’ultima, la D, sta per diventare un emoticon di qualche tonnellata a danno della vegetazione spellata in macerie imminenti sulla villetta evacuata poco professionalmente. L’impatto è avvenuto da qualche minuto, la D, apparentemente illesa quanto l’altra O riapparsa immune, poi si è piegata all’urto, con un lieve ritardo d’effetto, suspence alfabetica sulla collina in stato di guerra. Alcuni elettrodomestici lasciati in funzione, nella villetta sotto la D di Damocle, appesa sull’azzurro riciclato della piscina. Un frullatore che si sbraccia per una carneficina di frutta, uno spazzolino elettrico caduto su un tappetino dalla peluria arricciata, un programma di esercizi in tedesco sul pannello digitabile del tapirulan, un vibratore, dalla notte prima, quindi non dovrebbe, forse, rientrare nell’elenco,  cinque televisori, dei 10 complessivi. È sempre mattina, c’è da dire, inoltrata. Risultato visibile da qualche chilometro, HOLLYWO, e due lettere in agonia plateale. Forse è uno degli elettrodomestici, a risvegliarla, oltre una ipersensibilità viziata, deve essere qualcosa estraneo all’elenco fornito, approssimativo, molto, non il vibratore già espunto, seppur con riserva, è una telecamera a circuito chiuso, puntata verso di lei. Il motorino dello zoom la inquadra in un primo piano di grande impatto, il totale mancante, non c’è nessuno sospiro a sottolinearlo, sarebbe lo stacco sulla scritta che sta perdendo la corretta pronuncia, il dettaglio della O piegata che brucia, a chiudere. Si alza, prima in piedi, poi da terra, un breve volo, del tutto ascensionale, prima di ridiscendere, come un aquilone aggredito da una tigre, davanti l’ingresso della villetta in stile hollywoiano, un vento solitario fa saltare le scintille sui dispositivi vivi. Si ferma davanti alle porte di vetro che scivolano avanti e indietro sui binari comandati da sensori scossi, il vento diviso più volte dallo scorrere inibito, sono in tilt è chiaro, si chiede se non sia il caso di lasciar cadere la D, far rotolare la O, lasciare che il problema si risolva da solo, a minuti il posto sarà affollato, pompieri a spegnere il prevedibile incendio offerto dall’inserto della vocale colpita dal suo petto imbattibile, la polizia a recintare la zona e indagare, delle cassette registrate, che se recuperate potrebbero dare una versione dei fatti difficilmente smontabile, spiacevoli ricadute contrattuali e una verità senza controllo diffusa dai media nazionali, per cominciare, quelle che ti portano ad essere un rifiuto della società, vittima di persecuzioni religiose a livello nazionale, addirittura. Spiacente, le lettere devono seguire il proprio corso di danni assicurati, la villetta, possiamo sopportarne l’abbattimento, una piccola rivincita dei soggetti indipendenti sul potere delle major, pochi scrupoli per cinque televisori accesi, le occorre trovare le cassette registrate collegate alle videocamere, che poi non saranno neanche cassette, probabilmente un hard disk riscrivibile periodicamente.

Salta con scarsa grazia su una delle videocamere, ne stacca i fili conduttori del segnale, li tira, tirando su tubi di alloggio, alzando la pavimentazione in cui sono incassati, rintraccia, dopo aver spinato diverse pareti di casa, solcate adesso da sventramenti lineari, l’alloggio della memoria distaccata, la sede di registrazione primaria, una stanza serrata. Stacca la serratura, parte uno stipite crolla un decimo di muro, accede con un dito nel vano isolato della sicurezza, passando, la porta si piega sotto il 37 che calza, comunque si era tolta le scarpe, per saltare sul telo elastico del college. Ci sono cinque schermi, tanti i televisori accesi, ancora, in contemporanea tra le friabili mura domestiche, tre in sintonia sullo stesso programma a pagamento, ora in interruzione pubblicitaria, riproducono in diretta l’esterno indifeso della villetta ormai condannata dalla massiccia dentale, la O fra poco chiuderà per sempre la bocca.  I bicchieri rovesciati a bordo piscina, chiazze grumose di spremuta, arancia biologica, ne distingue l’odore grezzo senza vitamine aggiunte, file di alberi piegate piano oltre la recinzione leggermente bombata, la testata, forse, di un ariete suicida, la saracinesca riavvolta del garage, sul fondo la cromatura di una motocicletta maschilista picchiata da una ago di sole, il vialetto di accesso con una combinazione illeggibile di font metallici, lampeggianti rossi e azzurri in rapido avvicinamento sul fondo della strada rovente nell’aria ondulata di benzina. Un quadrato nero di comandi illuminati da perimetri blu in rilievo, cala il dito nero di ustioni innocue, si sgombra i capelli biondi tinti sul blu genetico sospetto, si abbassa un brandello di gonna che le rimane in mano sotto forma di straccio da molotov, le schegge dei pannelli frantumati nello schianto verbale ricadono sul pavimento di plastica biodegradabile, a breve, scaglie di gel secco.

La doppia freccia, in contro senso, prima mette in stop la diretta esterna, poi riavvolge la porzione delle cose inattive riprese alla rapidità di una comica concettuale dai colori caramellati di un teen movie adulto. Due degli schermi, da angolazioni mal assortite, avvistano nel passato registrato una cheerleader in volo, in rotta di collisione contro una lettera ancora da decidere, potrebbe essere la prima vittima clamorosa di un mostro, facciamo King Kong, nella versione più agile, alle prese con gli edifici morbidi della città urlante, la ragazza prelevata mentre cerca di fuggire dall’ombra minacciosa che oscura il Boulevard delle stelle atterrate, afferrata da una mano scimmiesca, annusata e scagliata via con disgusto, contro ogni aspettativa, dietro le spalle scosse da starnuti, vetri infranti tutti intorno, in un crescendo di schizzi solidi, ad ogni esplosione irritata d’aria, da una delle finestre infrante nel sussulto bestiale potrebbe apparire una ragazza, maggiorenne, sotto la doccia vaporosa, nuda con ciuffi di schiuma accuratamente selezionati per la censura, sviene, compostamente. Sì, potrebbe anche essere una pubblicità di raffronto tra profumi concorrenti. Sta arrivando la polizia, le sirene brillano spalmate sull’inferriata nell’inquadratura più esterna, la cheerleader mette fine al suo lungometraggio privato, basta una lieve pressione del dito, ancora poggiato sul pulsante di avanzamento, a cancellare fisicamente la prova, i circuiti gridano demoliti.

Sospesa a centinaia di metri, sopra la villetta spianata dal sorriso sinistro della D staccata, la cheerleader, quasi denudata dalle correnti intrecciate d’alta quota, ricostruisce la sequenza dell’incidente. La scena era semplice, la storia banale, la solita ragazzina che scopre di aver dei super poteri, in questo caso l’adolescente sa volare, un po’ limitata come parte, ma sempre un gran risparmio di effetti speciali per la Universal. La sua prima volta, lei, la ragazzina, lei travestita da cheerleader, dopo la solita lite con il fidanzato tutto muscoli, poco cervello, tutto cazzo, cerca di scaricarsi saltando sulla rete elastica in dotazione alla palestra, è sola, almeno crede, perché poi si scopre che c’era il solito sfigato innamorato a guardarla da dietro la porta socchiusa dello spogliatoio femminile, si suppone reduce da una colpevole immersione nelle mutandine lasciate su qualche panchina, questo nella storia non c’è, comunque. Sarà stata la rabbia, la condizione di esasperazione tanto ricorrente nelle biografie dei super eroi immaturi alle prese con un potere da gestire, comunque, la ragazzina dopo alcuni salti già notevoli, ne fa uno da sfondare il tetto, una ampia vetrata obliqua da cui si può vedere la sua stella d’origine, ma questo, di nuovo non c’è nel copione, è la sua storia. La scena finiva lì, sarebbe dovuta ridiscendere ed attendere nel camerino la prossima, di maggiore soddisfazione indubbiamente, anche se già sfruttata, volare accanto ad un aeroplano civile e salutare una bambina voltata a guardarla dall’altra parte dell’oblò, la bambina, fisionomia da genio americano destinato al sussidio, l’unica ad averla vista, viene punita aspramente dalla madre intransigente, in un secondo momento, a scopo terapeutico, “Mia figlia è una bugiarda patologica”.

La cheerleader, non badando alla corta gonnellina, richiamo per tutte le maestranze in pausa, c’è chi si strozza nell’atto banale di fare un palloncino usando una chewgum, sta per ridiscendere, toccare la terra custodita degli studios, ovviamente la guardia è abbassata, non si aspetta di venire presa in pieno da un’altra cheerleader che ha rotto il muro del suono, su qualche altro set poco distante, probabilmente, solo adesso le viene in mente, il sequel del film che sta girando. Mentre la seconda, dopo l’urto rovina solo una scena di raccordo, lei si trova sbalzata in rotta di collisione con HOLLYWOOD. Nei pochi secondi che le rimangono, prima di venire ripresa dai circuiti di sorveglianza della villetta di proprietà di uno dei produttori esecutivi del film, riesce a pensare solo due cose: l’uso di alieni dai superpoteri non sarà più una esclusiva della Universal, ultimamente lo slogan “più vero del vero”, pur avendo drasticamente ridotto i costi di post produzione, stava venendo a noia, senza contare una serie di discutibili clausole contrattuali, puro sfruttamento. Toccando la O, nel punto debole in cui si infiamma, finiva il secondo pensiero: un’altra stella è arrivata in città.

Articolo scritto da Andrea Sanguigni Zvetkov per BANG ART#3.




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