

O, la lettera, in fiamme, accartocciata come una lattina, dove si veda appena la O della marca sfondata sul rosso, la seconda O, stranamente indenne, come se l’avessero fatta sparire e riapparire, nel frangente lucidata, rimessa a posto e rivestita, dopo averla lucidata e rimessa a posto, di una membrana inalterabile, surgelata e blindata. Le altre lettere sul posto che spetta nelle cartoline turistiche, solo l’ultima, la D, sta per diventare un emoticon di qualche tonnellata a danno della vegetazione spellata in macerie imminenti sulla villetta evacuata poco professionalmente. L’impatto è avvenuto da qualche minuto, la D, apparentemente illesa quanto l’altra O riapparsa immune, poi si è piegata all’urto, con un lieve ritardo d’effetto, suspence alfabetica sulla collina in stato di guerra. Alcuni elettrodomestici lasciati in funzione, nella villetta sotto la D di Damocle, appesa sull’azzurro riciclato della piscina. Un frullatore che si sbraccia per una carneficina di frutta, uno spazzolino elettrico caduto su un tappetino dalla peluria arricciata, un programma di esercizi in tedesco sul pannello digitabile del tapirulan, un vibratore, dalla notte prima, quindi non dovrebbe, forse, rientrare nell’elenco, cinque televisori, dei 10 complessivi. È sempre mattina, c’è da dire, inoltrata. Risultato visibile da qualche chilometro, HOLLYWO, e due lettere in agonia plateale. Forse è uno degli elettrodomestici, a risvegliarla, oltre una ipersensibilità viziata, deve essere qualcosa estraneo all’elenco fornito, approssimativo, molto, non il vibratore già espunto, seppur con riserva, è una telecamera a circuito chiuso, puntata verso di lei. Il motorino dello zoom la inquadra in un primo piano di grande impatto, il totale mancante, non c’è nessuno sospiro a sottolinearlo, sarebbe lo stacco sulla scritta che sta perdendo la corretta pronuncia, il dettaglio della O piegata che brucia, a chiudere. Si alza, prima in piedi, poi da terra, un breve volo, del tutto ascensionale, prima di ridiscendere, come un aquilone aggredito da una tigre, davanti l’ingresso della villetta in stile hollywoiano, un vento solitario fa saltare le scintille sui dispositivi vivi. Si ferma davanti alle porte di vetro che scivolano avanti e indietro sui binari comandati da sensori scossi, il vento diviso più volte dallo scorrere inibito, sono in tilt è chiaro, si chiede se non sia il caso di lasciar cadere la D, far rotolare la O, lasciare che il problema si risolva da solo, a minuti il posto sarà affollato, pompieri a spegnere il prevedibile incendio offerto dall’inserto della vocale colpita dal suo petto imbattibile, la polizia a recintare la zona e indagare, delle cassette registrate, che se recuperate potrebbero dare una versione dei fatti difficilmente smontabile, spiacevoli ricadute contrattuali e una verità senza controllo diffusa dai media nazionali, per cominciare, quelle che ti portano ad essere un rifiuto della società, vittima di persecuzioni religiose a livello nazionale, addirittura. Spiacente, le lettere devono seguire il proprio corso di danni assicurati, la villetta, possiamo sopportarne l’abbattimento, una piccola rivincita dei soggetti indipendenti sul potere delle major, pochi scrupoli per cinque televisori accesi, le occorre trovare le cassette registrate collegate alle videocamere, che poi non saranno neanche cassette, probabilmente un hard disk riscrivibile periodicamente.
Salta con scarsa grazia su una delle videocamere, ne stacca i fili conduttori del segnale, li tira, tirando su tubi di alloggio, alzando la pavimentazione in cui sono incassati, rintraccia, dopo aver spinato diverse pareti di casa, solcate adesso da sventramenti lineari, l’alloggio della memoria distaccata, la sede di registrazione primaria, una stanza serrata. Stacca la serratura, parte uno stipite crolla un decimo di muro, accede con un dito nel vano isolato della sicurezza, passando, la porta si piega sotto il 37 che calza, comunque si era tolta le scarpe, per saltare sul telo elastico del college. Ci sono cinque schermi, tanti i televisori accesi, ancora, in contemporanea tra le friabili mura domestiche, tre in sintonia sullo stesso programma a pagamento, ora in interruzione pubblicitaria, riproducono in diretta l’esterno indifeso della villetta ormai condannata dalla massiccia dentale, la O fra poco chiuderà per sempre la bocca. I bicchieri rovesciati a bordo piscina, chiazze grumose di spremuta, arancia biologica, ne distingue l’odore grezzo senza vitamine aggiunte, file di alberi piegate piano oltre la recinzione leggermente bombata, la testata, forse, di un ariete suicida, la saracinesca riavvolta del garage, sul fondo la cromatura di una motocicletta maschilista picchiata da una ago di sole, il vialetto di accesso con una combinazione illeggibile di font metallici, lampeggianti rossi e azzurri in rapido avvicinamento sul fondo della strada rovente nell’aria ondulata di benzina. Un quadrato nero di comandi illuminati da perimetri blu in rilievo, cala il dito nero di ustioni innocue, si sgombra i capelli biondi tinti sul blu genetico sospetto, si abbassa un brandello di gonna che le rimane in mano sotto forma di straccio da molotov, le schegge dei pannelli frantumati nello schianto verbale ricadono sul pavimento di plastica biodegradabile, a breve, scaglie di gel secco.
La doppia freccia, in contro senso, prima mette in stop la diretta esterna, poi riavvolge la porzione delle cose inattive riprese alla rapidità di una comica concettuale dai colori caramellati di un teen movie adulto. Due degli schermi, da angolazioni mal assortite, avvistano nel passato registrato una cheerleader in volo, in rotta di collisione contro una lettera ancora da decidere, potrebbe essere la prima vittima clamorosa di un mostro, facciamo King Kong, nella versione più agile, alle prese con gli edifici morbidi della città urlante, la ragazza prelevata mentre cerca di fuggire dall’ombra minacciosa che oscura il Boulevard delle stelle atterrate, afferrata da una mano scimmiesca, annusata e scagliata via con disgusto, contro ogni aspettativa, dietro le spalle scosse da starnuti, vetri infranti tutti intorno, in un crescendo di schizzi solidi, ad ogni esplosione irritata d’aria, da una delle finestre infrante nel sussulto bestiale potrebbe apparire una ragazza, maggiorenne, sotto la doccia vaporosa, nuda con ciuffi di schiuma accuratamente selezionati per la censura, sviene, compostamente. Sì, potrebbe anche essere una pubblicità di raffronto tra profumi concorrenti. Sta arrivando la polizia, le sirene brillano spalmate sull’inferriata nell’inquadratura più esterna, la cheerleader mette fine al suo lungometraggio privato, basta una lieve pressione del dito, ancora poggiato sul pulsante di avanzamento, a cancellare fisicamente la prova, i circuiti gridano demoliti.
Sospesa a centinaia di metri, sopra la villetta spianata dal sorriso sinistro della D staccata, la cheerleader, quasi denudata dalle correnti intrecciate d’alta quota, ricostruisce la sequenza dell’incidente. La scena era semplice, la storia banale, la solita ragazzina che scopre di aver dei super poteri, in questo caso l’adolescente sa volare, un po’ limitata come parte, ma sempre un gran risparmio di effetti speciali per la Universal. La sua prima volta, lei, la ragazzina, lei travestita da cheerleader, dopo la solita lite con il fidanzato tutto muscoli, poco cervello, tutto cazzo, cerca di scaricarsi saltando sulla rete elastica in dotazione alla palestra, è sola, almeno crede, perché poi si scopre che c’era il solito sfigato innamorato a guardarla da dietro la porta socchiusa dello spogliatoio femminile, si suppone reduce da una colpevole immersione nelle mutandine lasciate su qualche panchina, questo nella storia non c’è, comunque. Sarà stata la rabbia, la condizione di esasperazione tanto ricorrente nelle biografie dei super eroi immaturi alle prese con un potere da gestire, comunque, la ragazzina dopo alcuni salti già notevoli, ne fa uno da sfondare il tetto, una ampia vetrata obliqua da cui si può vedere la sua stella d’origine, ma questo, di nuovo non c’è nel copione, è la sua storia. La scena finiva lì, sarebbe dovuta ridiscendere ed attendere nel camerino la prossima, di maggiore soddisfazione indubbiamente, anche se già sfruttata, volare accanto ad un aeroplano civile e salutare una bambina voltata a guardarla dall’altra parte dell’oblò, la bambina, fisionomia da genio americano destinato al sussidio, l’unica ad averla vista, viene punita aspramente dalla madre intransigente, in un secondo momento, a scopo terapeutico, “Mia figlia è una bugiarda patologica”.
La cheerleader, non badando alla corta gonnellina, richiamo per tutte le maestranze in pausa, c’è chi si strozza nell’atto banale di fare un palloncino usando una chewgum, sta per ridiscendere, toccare la terra custodita degli studios, ovviamente la guardia è abbassata, non si aspetta di venire presa in pieno da un’altra cheerleader che ha rotto il muro del suono, su qualche altro set poco distante, probabilmente, solo adesso le viene in mente, il sequel del film che sta girando. Mentre la seconda, dopo l’urto rovina solo una scena di raccordo, lei si trova sbalzata in rotta di collisione con HOLLYWOOD. Nei pochi secondi che le rimangono, prima di venire ripresa dai circuiti di sorveglianza della villetta di proprietà di uno dei produttori esecutivi del film, riesce a pensare solo due cose: l’uso di alieni dai superpoteri non sarà più una esclusiva della Universal, ultimamente lo slogan “più vero del vero”, pur avendo drasticamente ridotto i costi di post produzione, stava venendo a noia, senza contare una serie di discutibili clausole contrattuali, puro sfruttamento. Toccando la O, nel punto debole in cui si infiamma, finiva il secondo pensiero: un’altra stella è arrivata in città.
Articolo scritto da Andrea Sanguigni Zvetkov per BANG ART#3.