
text by Lorenzo Bertini
«La storia dei Beatles è un po’ come un obitorio», disse Paul McCartney nel 1970, in un’affermazione dal sapore apodittico, enigmatica e profetica. Un’aura funebre e di mistero ha sempre accompagnato l’universo-Beatles, dalla morte del primo bassista, Stuart Sutcliffe, nel 1962, fino all’omicidio di Lennon nel 1980, passando per le mattanze di Charles Manson ispirate a Helter Skelter e Piggies. Una delle leggende più durature e dibattute dell’immaginario beatlesiano (nonché curioso rovesciamento di un topos tra i più fascinosi della letteratura musicale, e non solo, ossia la sopravvivenza della rockstar alla propria morte – vedi le numerose apparizioni di Elvis o Jim Morrison) è però la presunta morte di Paul McCartney.

È il 12 ottobre 1969 quando Russ Gibb, DJ della NKNR-FM di Detroit riceve una misteriosa telefonata, in cui l’interlocutore si dice sicuro dell’avvenuta scomparsa di McCartney, verosimilmente avvenuta tre anni prima (stando al cifrario di informazioni criptate disseminate nella discografia beatlesiana), il 9 novembre 1966, in seguito a un incidente automobilistico. A rimpiazzare Paul, tale William Shears Campbell (il fantomatico Billy Shears di Sgt. Pepper), che nell’occasione si sarebbe sottoposto a plastica facciale, rivelandosi dotato, tra l’altro, di un’ottima tecnica bassistica, dato che il lavoro successivo, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, è in buona parte giocato sulle innovative linee di basso di Paul. La sua dipartita sarebbe stata comunque alla base della rinuncia ai concerti da parte dei Beatles, avvenuta proprio nel 1966; alcuni indizi, poi, riporterebbero la data ancora più indietro nel tempo, ma è proprio a partire da Sgt. Pepper (giugno 1967), che si moltiplicano i messaggi cifrati relativi alla morte di McCartney: in copertina, infatti, i vecchi Beatles sono rappresentati in abiti grigi e in versione contrita, quasi a presenziare a un funerale: effettivamente, il terreno davanti a loro farebbe pensare a un tumulo sepolcrale, su cui campeggia un basso decorato di fiori gialli e a tre corde, a indicare i restanti Beatles. Non solo: la mano aperta in segno di saluto, sopra la testa di McCartney, al centro, rappresenta un simbolo di morte nelle culture orientali; la bambolina di pezza con la maglia “Welcome to the Rolling Stones” tiene in mano una Aston Martin, l’auto di Paul in quel periodo (“he blew his mind out in a car”, recita un verso di Lennon in A Day In The Life); un’altra bambola di porcellana, sempre sulla destra, ha lo sguardo rivolto in basso, come ad assistere a un fuoristrada di un auto in fiamme; nella grancassa, la scritta “Lonely Hearts”, rovesciata allo specchio, dà “1One 1X” – ossia 11 9 – “He Die”. All’interno del disco, McCartney porta sul braccio una banda nera con scritto OPD, possibile acronimo di Official Pronounced Dead (dichiarato ufficialmente morto); nel retrocopertina è l’unico raffigurato di spalle (in effetti pare non fosse presente ad alcune sedute fotografiche, e il suo posto essere rilevato nell’occasione da Mal Evans, roadie dei Beatles), mentre Harrison sembra indicare con il dito una frase di She’s Leaving Home (“Wednesday morning at five o’clocks”, data e ora dell’incidente).

Qual è poi il vero significato del Magical Mystery Tour, “che verrà a portarti via” (“is going to taking away”), titolo dell’album successivo? In una scena del film omonimo, durante You’re Mother Should Know, Paul è il solo a indossare un garofano nero (gli altri hanno tutti all’occhiello uno rosso), e al termine di Strawberry Fields, qui contenuta, John sembra pronunciare le parole “I buried Paul”, “ho sepolto Paul”; ma è la simbologia del tricheco di I am the Walrus, riproposta nella copertina dell’album, a offrire gli spunti più preziosi: il tricheco è simbolo di morte nella mitologia degli antichi popoli scandinavi, e in Glass Onion (White Album) Lennon precisa: “the walrus was Paul”, “il tricheco era Paul”.

Anche la copertina di Abbey Road offre tracce significative: i Beatles attraversano infatti le strisce pedonali a mo’ di piccolo corteo funebre. Lennon, già nel periodo bianco, in veste di officiante, Ringo, vestito di nero, il portatore della bara, Harrison, in jeans, il becchino: inutile dirlo Paul, nel mezzo, è un vero e proprio “dead man walking”: non a caso è scalzo (in alcune religioni i morti sono sepolti a piedi nudi). Inoltre, lo stesso Paul regge la sigaretta con la mano destra, fatto inconsueto per un mancino, e sulla targa del maggiolino (in Inghilterra “beetle”) Volkswagen, parcheggiato sullo sfondo, è scritto 28 IF (“28 se”, se fosse ancora in vita, naturalmente).
A distanza di anni, lo strano caso della morte di Paul McCartney ha alimentato sempre nuove voci e indizi (di cui la maggioranza affidati all’ineffabile ascolto dei nastri al contrario), diventando un classico della teoria del complotto e della cultura underground, rubricato alla voce P.I.D – Paul Is Dead – Conspiracy (lo si ritroverà anche in un episodio dei Simpson e in un numero di Batman – Dead … Till Proven Alive). I Beatles, naturalmente, non hanno mai smentito. Solo nel 1971, in How Do You Sleep, Lennon liquiderà la vicenda in un messaggio caustico all’ex-collega: “Those freaks was right when they say you are dead”. E nel 1993 fu lo stesso McCartney ad autoparodiarsi, mentre attraversa le strisce pedonali di Abbey Road, in Paul Is Live. Ultimamente è tornato sull’argomento nel corso di un’intervista: “Morto? Sono morto? Perché sono sempre l’ultimo a sapere le cose?”. In ogni caso, lunga vita a Macca!
Per saperne di più: homepages.tesco.net/harbfamily/opd/index.html
Vi lasciamo con un video del nostro amico Ashi… che tiene i Fab Four nelle dita di una mano!
E con un consiglio per gli acquisti:

Uno special della rivista Musica Leggera – Classic: The Beatles, un’incredibile raccolta di articoli della stampa originale italiana dell’epoca 1970-1974. I Beatles (ri)letti in perfette riproduzioni degli articoli a loro contemporanei, dalla nascita al successo alla fine. Impredibile, lo trovate qui!
BANG!
